Il “lontano” è a due passi da noi

Mi hanno detto che in questi luoghi così misteriosi, ma di cui tutti sembrano sapere tutto ed essere informatissimi, i bambini smettono di andare a scuola dopo le elementari. Quelli più fortunati.

Mi hanno detto che quando questi bambini diventano un po’ più grandi trovano il modo di guadagnarsi qualche spicciolo ogni giorno cimentandosi in esibizioni di Capoeira, una danza tipica brasiliana molto coreografica che mixa il ballo a delle evoluzioni più appartenenti alla ginnastica, il tutto accompagnato da tamburi e percussioni di vario tipo e da un canto dal ritmo e la melodia indigena. Questo lo fanno i ragazzini che per loro fortuna non finiscono in giri strani di droga e prostituzione.

Mi hanno detto che ci sono dei quartieri in cui la polizia non può entrare e che comunque si può tranquillamente essere certi del fatto che la polizia non svolga esattamente l’ordinario servizio totalmente esente da corruzione che sarebbe ovunque auspicabile.

Mi hanno detto che certe agenzie di turismo passano per le strade di questi luoghi con la jeep da safari, proprio come in un enorme zoo dove si possono osservare degli strani animali e dove loro ti guardano probabilmente con lo stesso stupore di chi non capisce che caspita ci possa essere di interessante in quella che loro sicuramente considerano un’esistenza ed una quotidianità normalissima, quasi banale.

Perché quello è il loro mondo, la loro vita, quelle sono le loro giornate e le loro usanze.

Questo e molto altro sono las favelas.

Brasile: Rio de Janeiro

Brasile: Rio de Janeiro

Io nella mia vita ho visitato soltanto quella di Rocinha, Rio de Janeiro, che è la più grande di tutto il Sudamerica, con i suoi 70mila abitanti dichiarati alla prefettura ed i suoi altri 180mila fantasmi di cui quest’ultima ignora l’esistenza. E’ un’esperienza che consiglierei a chiunque abbia la curiosità di vedere con i propri occhi che cosa c’è dietro il muro che si erge automaticamente in maniera involontaria quando si pensa a queste realtà. Da europea sicuramente la mia idea a riguardo, era su alcuni aspetti ancora meno rispondente al vero di quello che può essere il preconcetto di un sudamericano che non è mai entrato in una favela.

A cosa si pensa? Ad un agglomerato di case i cui confini non sono affatto ben definiti e che quasi “si mangiano” lo spazio a vicenda. Si pensa ad una quantità improponibile di persone in uno spazio decisamente troppo stretto per tutti. Si pensa ad un luogo del tutto inavvicinabile, se ci si tiene alla propria pelle: delinquenza, droga, traffici strani di vario tipo, prostituzione, baracche, povertà e, non lo nego, tristezza. Oltre alla componente del “metto in pericolo la mia vita se anche solo ci volgo lo sguardo”.

Questa era la mia idea di una favela prima di entrarci e oggi posso dire che ho indubbiamente confermato alcuni di questi aspetti, con la differenza, che ritengo sostanziale, di essere entrata in contatto con una realtà, appunto, “arrivabile”. La favela di Rocinha si inerpica inesorabilmente su tutta una collina, occupandola in maniera prepotente in tutta la sua superficie. Ai suoi piedi, la città “dei ricchi”, la Rio de Janeiro in cui puoi trovare i grattacieli e una scuola americana la cui retta mensile è di 2.500 dollari.

Contrasti.

La favela è a tutti gli effetti parte di Rio. Non è isolata in un angolo, non è tenuta nascosta a turisti e viaggiatori. La favela è in maniera del tutto banale…un quartiere della città.

E’ enorme ed in effetti pullula di gente e si fa fatica a camminare per le strade senza che motorini, camionette e automobili ti suonino il clacson per farti spostare. Nelle ore di punta i pullman rimangono letteralmente incastrati nelle curve a gomito della collina. C’è un talo intrigo di cavi elettrici attorcigliati sui pali della corrente che non si fa fatica ad immaginare che caos debba essere quando c’è qualche black out. La nostra guida ci ha raccontato che spesso quando c’è qualche evento importante in città, che comporta una grande affluenza di persone da fuori e quindi potenzialmente un grande introito, lasciano la favela senza acqua perché serve deviarla per il centro. Definirei la favela una parabola ascendente, dove alla base dell’altura si trovano case in muratura (pur fatiscenti), piccole attività commerciali (c’è persino Subway!!!) ed in generale un gran movimento. Un brulicare di persone vocianti che vanno da tutte le parti. Man mano che si sale le case cambiano faccia, fino ad arrivare in cima (questo ce l’hanno detto perché fisicamente quella zona è inaccessibile anche alla polizia), dove ci sono le baracche di legno. Anzi come ci hanno specificato le baracche fatte con il legno che è materiale di scarto per qualsiasi altra manifattura. Ci hanno detto, oltre a tutte le altre cose, che tutte le attività illecite che si possono immaginare come tipiche di una favela, a Rocinha sono presenti. Per esempio, ci sono angoli dove si appartano i commercianti di droga e ci sono strade dove si possono trovare degli edifici adibiti a case chiuse. Tendenzialmente però, accompagnati da qualcuno che con questa realtà ci è in costante contatto e che la conosce bene, si può girare senza temere di venire completamente derubati: gli abitanti del luogo, quelli che, diciamo così, vivono al di fuori della legge, non hanno interesse a che venga chiamata la polizia per qualche illecito, soprattutto se poco redditizio per loro; perché vorrebbe dire che la polizia dovrebbe aprire indagini, mettere il naso fra le loro case, varcare confini che loro reputano invalicabili. Si può entrare a visitare una favela ed uscirne perfettamente indisturbati. CHIARO che sono necessari degli accorgimenti: è ovvio che ad esempio girare in quello che è a tutti gli effetti un poverissimo quartiere popolare con gioielli in bella vista e la macchina fotografica super accessoriata al collo è come entrare in una gabbia di tigri con una collana di carne macinata. Magari le tigri non ti attaccano, ma per lo meno sicuramente si leccano i baffi. E allora meglio non indurre in tentazioni. Inoltre ovviamente c’è una sorta di coprifuoco da rispettare e prima che faccia buio è consigliabile uscire da quei confini.

Brasile: Rio de Janeiro

Brasile: Rio de Janeiro

Ma il messaggio che voglio mandare in conclusione è: una favela si può visitare per vedere e per conoscere, con il rispetto di gente che non è necessariamente una minaccia per la propria incolumità. Noi abbiamo scelto di farlo accompagnati da un volontario della Onlus “Il sorriso dei miei bimbi”, associazione italiana che da anni dà il proprio aiuto a Rocinha e che promuove il cosiddetto turismo responsabile. L’associazione VIVE la favela ogni giorno insieme ai suoi abitanti con diversi tipi di progetti educativi quali, per citarne solo un paio, la scuola materna oppure il caffè letterario, che altro non era che un vecchio garage in cui è stato creato un luogo di cultura e aggregazione dove si studia anche l’inglese.

Dimostrazione che nella favela è possibile non solo entrare, ma anche portare un po’ di mondo esterno. E perché no, sperare che chi ci nasce possa un giorno uscire e scoprire cosa c’è. E a nostra volta da esterni scoprire cosa invece sta all’interno. Come in un normalissimo scambio fra diversità. Non è proprio questo quello che spesso ci auguriamo di essere capaci di fare?

Autore: Ilaria

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