Choquequirao: il premio per chi vince la sfida contro se stesso.

La Culla dell’Oro, Choquequirao in lingua quechua.

Che cos’è?
Niente di meno che la sorella di Machu Picchu, un antico sito inca non ancora totalmente portato alla luce e scavato, molto molto simile alla più famosa meraviglia del mondo peruviana. Choquequirao non è ad oggi neanche lontanamente paragonabile a Machu Picchu in termini di affluenza di gente e turismo, non perchè non lo meriterebbe, ma perchè è qualcosa di ancora immerso e quasi celato fra i monti della catena del Salkantay e non è assolutamente raggiungibile con facilità. Infatti non ci sono strade asfaltate nè mezzi di trasporto che vi ci portano: se si vogliono ammirare le mura e i resti di Choquequirao bisogna affrontare 2 giorni di trekking fra le montagne (e bisogna ovviamente poi anche tornare indietro, sempre a piedi).
Io e Cecco decidiamo di cimentarci nell’impresa: troppa la curiosità e troppo invitante l’idea di ripercorrere il percorso degli Inca, su terreni decisamente poco battuti e con la certezza di passare qualche giorno senza l’affollamento di gente che ha caratterizzato (come prevedibile) la nostra visita ad Aguas Calientes e Machu Picchu qualche giorno prima. Il fatto di aver camminato già nei giorni precedenti non ci spaventa inizialmente, ma scopriremo solo a posteriori che, forse, avrebbe dovuto.
Siamo a 3085 m nella regione di Cuzco dove si trova la catena del Salkantay, sopra la valle del fiume Apurimac. O meglio, lì dobbiamo andare.

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La nostra guida si chiama Oswaldo, un simpaticissimo ragazzo peruviano che per tanti anni ha fatto la guida fra queste montagne, e che dopo aver cambiato rotta, per sua stessa ammissione a causa della fatica che faceva troppe volte a settimana, ha deciso solo per noi di tornare a trovare la sorella di Machu Picchu. Per 4 giorni sarà quasi la nostra unica compagnia, insieme al cocinero (il nostro cuoco) e ad un altro accompagnatore.

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Come funziona la spedizione a Choquequirao?

Giorno 1:

Si parte da Cuzco in auto: noi abbiamo la fortuna di essere gli unici ad aver prenotato questo tour per oggi, perciò siamo soli con le tre persone “dello staff” e ci basta una macchina. In automobile arriviamo fino a Cachora (a circa 3 ore da Cuzco), un villaggio polveroso fatto di case di mattoni e fango. Lo scenario che ci si para davanti sembra quello di un film di molti anni fa: ci sono le case con tutte le porte completamente aperte, cani randagi che gironzolano e ci scrutano, ogni tanto qualche cavallo legato ad una corda, signore che vendono con le loro bancarelle qualsiasi cosa, dalle spremute d’arancia ed il necessario per la colazione ad oggettini ed articoli vari come fazzoletti di carta o caramelle per combattere il mal d’altitudine. Consumiamo un’insolita colazione per pochi spiccioli, nel cortile di una famiglia del villaggio ci cucinano arroz alla cubana, che sarebbe riso bianco con platano fritto, cetrioli a crudo, una patata bollita ed un uovo anche lui fritto. Da qui capiamo che ci servirà molta energia.
Saldato il conto partiamo a piedi, verso le 8 del mattino: il primo tratto di strada è in mezzo alla campagna, dove i contadini a quell’ora del mattino sono già ovviamente al lavoro da ore ed ore. Ci vedono passare e salutano amichevolmente Oswaldo, cosa che se ce ne fosse stato bisogno ci avrebbe confermato il suo essere esperto di quei luoghi ed anche conosciuto fra gli abitanti del posto. Il cuoco e l’altro ragazzo partiranno dopo circa un’ora dietro di noi, con i due cavalli. Dopo aver iniziato a sudare un po’, proseguiamo il cammino entrando nel bosco per circa un’altra ora. L’atmosfera fra noi ed Oswaldo è rilassata e gioviale, chiacchieriamo allegramente perchè il percorso per il momento ce lo consente, salite e discese si alternano equamente e sono ancora molto dolci. E’ una bella giornata di sole e fa caldo, quasi subito ci togliamo qualche strato: ci sono un sacco di insetti, non solo le belle mariposas colorate da osservare, ma anche i meno simpatici mosquitos, che altro non sono che le nostre zanzare, ovviamente affamate. Alla fine del tratto nel bosco ci sono altre due ore di cammino completamente al sole, ma in piano, sulla costa di una montagna su un sentiero sterrato dove però volendo possono passare ancora le automobili. La fatica inizia a farsi sentire (anche se, noi non lo sappiamo, non è ancora niente in confronto a quello che affronteremo), più che altro per il sole che ci batte in testa senza alcuna pietà. Dopo un totale di 3 ore di cammino dalla partenza da Cachorra, giungiamo a Capuliyoc, una mini località composta letteralmente da due case di legno che al piano terra hanno anche un punto di ristoro e lì ci fermiamo per aspettare che arrivi la nostra cucina itinerante e per poi pranzare. La bella sorpresa per noi, a cui i sapori di casa mancano sempre un po’, sono due abbondanti piatti di spaghetti al pomodoro, anche quelli utili a ricaricare le forze. Nel pomeriggio si riparte subito alla volta del campeggio dove dormiremo: lasciato il rifugio del pranzo c’è da salire più o meno 15′ al Mirador Capuliyoc, che sarà il nostro punto di partenza per iniziare a scendere sull’altro versante. Il campeggio dove pernotteremo oggi si chiama Chiquiska e si trova nella parte bassa della montagna. La discesa dura circa tre ore e mezza e soprattutto nell’ultima mezz’ora le ginocchia iniziano un po’ a sentirla, ma riusciamo ad arrivare a destinazione, dove ci aspetta una lauta cena ed una tenda che si rivelerà più accogliente del previsto. Essendo scesi, ci rassicurano, non dovremmo neanche sentire particolarmente freddo stanotte. Sembra proprio che le difficoltà vere non siano ancora arrivate…

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Giorno 2:

Il secondo giorno prevede un’iniziale piccola discesa per raggiungere il fiume Apurimac, che attraverseremo mediante il ponte di Playa Rosalina: lì c’è un altro campeggio dove avremmo potuto passare la notte, ma Oswaldo ha preferito farci fermare prima per salvarci almeno un po’ dalle zanzare, che lì sono molto più numerose.
Arrivati al ponte, dopo qualche foto di rito e dopo aver preso fiato…si parte! Oggi sarà dura e lo sappiamo, dobbiamo salire e salire, sempre e solo salire per arrivare a Chiquequirao: ci aspettano 5 ore di cammino in sola salita per un totale di 1500 m di dislivello. Abbiamo con noi scorte d’acqua, banane e biscotti ed il versante della montagna che dobbiamo risalire inizialmente si trova in ombra (partiamo alle 7 del mattino), tuttavia si rivelerà molto ma molto faticoso.
Salendo, incontriamo altri viaggiatori che invece discendono, probabilmente perchè hanno affrontato la salita ieri: sono sorridenti a felici, come chi ha compiuto una grande impresa o come chi ha visto qualcosa di incredibile. Per noi, almeno per il momento, c’è poco da ridere…si prosegue! Ci imbattiamo altresì nel pueblito di Santa Rosa, ma la nostra destinazione non è nè la sua parte bassa, nè la sua parte alta. A neanche metà tragitto veniamo superati dal nostro cuoco, il suo aiutante ed i due cavalli, che ovviamente salgono con una facilità strepitosa, apparentemente senza fare alcuna fatica nonostante siano ben carichi fra cucina e tenda. Verso mezzogiorno, esausti, arriviamo finalmente a Marampata, il secondo campeggio dove dormiremo stanotte e dove per il momento ci limitiamo a pranzare. Siamo veramente distrutti, ma Oswaldo ci propone un programma che prevede la visita del sito archeologico già nel pomeriggio, per poter usare il terzo giorno per tornare indietro. Dopo pranzo quindi ci rimettiamo in marcia e ci vorrà ancora un’ora e mezza in piano per raggiungere l’entrata del parco e poi…se pensate che visitare Choquequirao sia come visitare Machu Picchu, dove una volta arrivati si può dire che la fatica sia finita e che ci sia solo qualche scala, sbagliate. Choquequirao, anche al suo interno, è tutto da scalare. Si arriva in quella che una volta era la piazza del villaggio inca, dove troneggiano la chiesa e la scuola, o ciò che ne resta oggi. Noi seguiamo Oswaldo giù per altri 30 minuti di discesa (non eravamo abbastanza stanchi) fino a giungere alle Mura dei Lama. Proprio così: Choquequirao ha una parte costituita da tutta una serie di terrazze, all’epoca inca adibite all’agricoltura, le cui mura presentano disegni di lama. Ci sono mamme con i cuccioli o greggi di lama al pascolo, se si guarda bene nell’angolo in basso a destra si può notare anche un condor, animale sacro per gli Inca. In realtà c’è una duplice interpretazione per cui quel particolare disegno raffigurerebbe il pastore del gregge.

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Da quell’angolo di parco si può anche raggiungere un mirador per fare qualche foto in più alle mura con i lama, dopodichè ricominciamo a salire verso l’uscita (ed i minuti al contrario sono stavolta 40). Torniamo nella piazza che è ormai il tramonto, Oswaldo ci spiega tutte le funzioni degli edifici presenti, poi facciamo una capatina alla Casa del Sacerdote e poi torniamo verso il campeggio. E’ ormai super buio e tira un forte vento freddo. A metà strada io e Cecco facciamo un pensiero comune: forse, oggi abbiamo davvero esagerato. Alla 13esima ora di cammino ci rendiamo conto di aver veramente superato il nostro limite, io poi credo di camminare per pura inerzia. Che ne sia valsa la pena, questo è poco ma sicuro e non ne dubitiamo comunque neanche per un secondo, ma quando arriviamo in campeggio i muscoli non rispondono quasi più ai comandi e le gambe, semplicemente, non funzionano più. Sono talmente esausta che andrei a letto senza cena, ma Cecco insiste perchè io mangi qualcosa. Una volta tornati nella nostra tenda, oggi un po’ più fredda perchè siamo a 3000 metri, ci addormentiamo pensando che la potenza di questo posto è proprio questa: ti distrugge fisicamente per farti vivere un’esperienza fuori da ogni immaginario, e ci viene da pensare che dopo la giornata di oggi non ci spaventerà più nessuna camminata in vita nostra.

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Giorno 3:

…e invece…il terzo giorno dobbiamo rimetterci in marcia per tornare a casa, e già solo questa idea…un po’ spaventa. Ci aspetta quindi la discesa fino al fiume ed un’altra salita di un’ora circa fino al campeggio del primo pernottamento, dove oggi pranziamo. C’è un sole pazzesco ed una volta messe le gambe sotto il tavolo non vorremmo proprio più alzarci. A questo punto non è pigrizia, è una vera e propria necessità di riposare, ma siamo nelle mani di Oswaldo, che ci spiega le possibilità che abbiamo per il pomeriggio: possiamo salire sotto il sole per non più di un paio d’ore e fermarci a dormire in un campeggio senza luce ed acqua corrente, oppure possiamo stringere i denti e salire sotto il sole per 5 ore e raggiungere nuovamente Capuliyoc, per farci preparare una tazza di mate bollente e passare la notte lì, in modo da dover affrontare “solo” l’ultimo tratto in piano, domani. Il sole è davvero martellante e noi ci mettiamo in cammino subito dopo pranzo, nelle ore più calde. Raggiungiamo il primo check point in ben meno che due ore, sfruttando al massimo tutta l’energia data dal pranzo e quando ci arriviamo, capiamo subito perchè Oswaldo non vorrebbe fermarsi lì: è davvero un campeggio desolato, non c’è nessuno (ci sarà un motivo) ed effettivamente a guardarmi intorno non ho proprio idea di come potremmo fare a cucinare, lavarci e in generale passare la notte in condizioni decenti. Quindi? Di nuovo in cammino per farci queste altre 3 ore, sempre sotto il sole, con lo zaino man mano meno pesante perchè inevitabilmente facciamo fuori tutta l’acqua: la salita è costituita da una serie di tornanti per arrivare al mirador Capuliyoc, da cui il primo giorno siamo partiti. Dire distruggente è dire poco, giunti alla penultima curva quasi non riesco a staccare gli occhi da terra, ho il fiato corto ed anche a guardare per pochi secondi in alto mi gira la testa, ma c’è uno spettacolo pronto per noi nel cielo, quindi non posso rinunciare: c’è un condor che plana, sfruttando le correnti ascensionali che evidentemente non ci sono solo al mattino come ci avevano spiegato. Guardiamo più su e vediamo che l’ha notato anche Oswaldo e si è fermato a godersi lo spettacolo. Quando poi il condor si nasconde nuovamente fra le montagne, finalmente, anche noi terminiamo il nostro viaggio a piedi e giungiamo a destinazione. Quando arriviamo al rifugio, troviamo la stessa simpatica signora sorridente che ci aveva salutato all’inizio del tour dandoci un cinque. Fa la stessa cosa adesso e ci guarda con un affetto oserei dire materno, mentre ci chiede quanto siamo stanchi da uno a cento. Dopo una ciotola di pop corn fatti in padella, una tazza di mate caldo ed una ricca cena, crolliamo a dormire.

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Giorno 4:

Prima di partire alla volta di Cachora, insistiamo con Oswaldo per aspettare ancora un po’ sul mirador per vedere se qualche condor mattiniero abbia voglia di palesarsi nuovamente, ma non siamo molto fortunati: le montagne di Choquequirao ci vogliono far capire che abbiamo già vissuto al massimo questa esperienza. Cecco zoomma con la macchina fotografica e inquadra il sito archeologico: solo in quel momento mi capacito di quanta strada abbiamo fatto, il punto in cui ci sono le mura che fino a due giorni fa stavamo calpestando è un puntino all’orizzonte, come quando guardi il mare e vedi la linea in fondo, pensando che sia irraggiungibile. Noi invece ci siamo arrivati e…fino a prova contraria potremo raccontarlo! 🙂
Si torna definitivamente a casa, rifacciamo le 3 ore di cammino in piano, arriviamo al villaggio di polvere per pranzare e poi, finalmente, ci mettiamo seduti in macchina alla volta di Cuzco…

Choquequirao: sudore, fatica, qualche lacrima, grinta, stupore e alla fine…meraviglia. E’ tutto qui.

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Informazioni utili:

  • Km totali di camminata: 66.
  • Dislivello: 1500 m da percorrere 4 volte (due in salita e due in discesa)
  • Cosa portare: cambio personale per 4 giorni, scarpe tecniche, sacco a pelo, tenda da campeggio, bastoni da trekking, cappello, repellente contro gli insetti, 2 l d’acqua a testa per partire, giacca anti pioggia. Eventuale powerbank per caricare gli apparecchi elettronici.
  • Lungo il tragitto sono presenti all’interno dei campeggi dove si pernotta dei piccoli negozi per comprare l’acqua ed eventualmente se si sceglie l’opzione senza tour organizzato, anche il cibo.
  • E’ consigliabile farsi accompagnare da una guida esperta e quindi scegliere un tour organizzato: non ci sono punti adibiti al primo soccorso, inoltre lo staff del tour con un massimo di tre cavalli per gruppo provvederà al trasporto della cucina da campo, della tenda ed alla preparazione dei pasti.
  • Conclusione: Choquequirao non è per tutti. Sicuramente un’esperienza sfidante, per cui non occorre essere allenati come atleti professionisti, ma sicuramente consapevoli che una volta partiti (specialmente se non accompagnati) non si può lasciare l’impresa a metà. Da ricordare molto bene che non ci sono strade asfaltate e non c’è alcuna possibilità di essere raggiunti da alcun mezzo di trasporto a motore.

Autore: Ilaria

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